A maggio di quest’anno ho proposto un gruppo sul tema della felicità, argomento che è solo in apparenza semplice.
Una mattina sentendo la radio, mi sono imbattuta in un programma in cui parlavano se fosse stato possibile essere felici in tempi di guerra, domanda complessa ma allo stesso tempo anche molto sfidante risvegliando in me la voglia di proporre un gruppo sul tema della felicità.
Si può essere felici? questo è stato il titolo del gruppo; un titolo apparentemente semplice ma non sempre di facile intendimento, in quanto soggetto a molti fraintendimenti e superficialità. Spesso ci chiediamo che cos’è la felicità in modo generale lasciandoci trascinare dalla pubblicità o da quello che dicono gli altri, senza mai soffermarci veramente su cosa mi rende felice, e soprattutto su come e dove cerco la mia felicità.
Ma che cos’è la felicità per la mindfulness?
Per la mindfulness, che affonda le sue radici nella filosofia buddista, il fine ultimo della nostra vita è la liberazione dalla sofferenza.
La felicità è nella liberazione dei così detti tre inquinanti (attaccamento, avversione e confusione) i quali non ci permettono di avere la consapevolezza dello stato puro delle cose.
Per il buddismo la felicità è uno stato di profonda pace interiore e realizzazione personale ottenuto attraverso la comprensione della natura della realtà e la coltivazione di qualità positive come la compassione e la gentilezza. Non è una condizione che dipende da fattori esterni e non è neppure una condizione temporanea, ma è una qualità che noi tutti abbiamo e che può essere sviluppata attraverso la pratica e l’impegno.
Nyoshul Rinpoche, maestro Tibetano afferma: “Se con l’aiuto del dharma (insegnamenti del Budda) riuscite a eliminare gli inquinanti, nulla da fuori potrà intaccare alla vostra felicità, ma finché quegli inquinanti resteranno nella mente, non troverete la felicità che cercate in nessun luogo nel mondo”.
Quindi felicità non di possedere oggetti o altro, ma semplicemente liberazione da ciò che non permette la visione delle cose così come sono; senza inganno e/o illusione.
Sicuramente non è semplice, ma il suo fine è liberatorio permettendoci di vivere una vita vera, piena.
E come afferma Corrado Pensa: “..Ritengo che sia cruciale imparare a pensare in questi termini: percorrere il cammino interiore rappresenta una graduale apertura alla felicità, ovvero all’oggetto del nostro desiderio più profondo. Inoltre, la felicità non solo non ci separa dagli altri, ma al contrario, è in grado di avvicinarsi agli altri. Infatti, le persone più felici risultano essere quelle che hanno maggior capacità di compassione e di servizio.”
Nel gruppo abbiamo provato ad esplorare l’argomento con pratiche di mindfulness individuale e interpersonale (pratiche connesse alla relazione), con letture provenienti da maestri di Dharma come Corrado Pensa e Neva Papachristou e da letture più “ scientifiche” in cui si esplorava il tema della felicità dal punto di vista delle emozioni e delle neuroscienze.
I partecipanti hanno potuto esplorare individualmente ed insieme agli altri il proprio sentire della felicità, senza farsi travolgere dai pensieri e dalle emozioni e avvicinandosi gradualmente alla propria essenza e realtà della felicità.
Dottoressa Isabella Bonapace
Psicologa Psicoterapeuta della Gestalt
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